Perché Fassina e Brunetta si ritrovano contro Herr Monti

A  Mario Monti, che ha accomunato nella definizione di conservatori Stefano Fassina e Renato Brunetta, ha replicato, con un paradosso retorico equivalente, Silvio Berlusconi, sostenendo che è meglio votare per la sinistra che per il centro radunato attorno al premier ex tecnico. Naturalmente la differenza e la distanza tra Fassina e Brunetta, tra il sostenitore di una politica industriale sostanzialmente statalista e l’ex ministro della Funzione pubblica che si batte per un rapido dimagrimento dello stato, sono evidenti e in qualche caso abissali.
6 AGO 20
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A Mario Monti, che ha accomunato nella definizione di conservatori Stefano Fassina e Renato Brunetta, ha replicato, con un paradosso retorico equivalente, Silvio Berlusconi, sostenendo che è meglio votare per la sinistra che per il centro radunato attorno al premier ex tecnico. Naturalmente la differenza e la distanza tra Fassina e Brunetta, tra il sostenitore di una politica industriale sostanzialmente statalista e l’ex ministro della Funzione pubblica che si batte per un rapido dimagrimento dello stato, sono evidenti e in qualche caso abissali. Tuttavia un tratto che li unisce esiste e non è di poco conto: ambedue considerano l’iper rigorismo che ha caratterizzato il governo Monti un’imposizione tedesca (o, come si suol dire, dei “mercati”) cui ci si poteva e doveva sottrarre.
Non si tratta solo di una questione retrospettiva, ma di un giudizio dal quale derivano conseguenze programmatiche rilevanti. La strada indicata da Monti, quella classica della riduzione del deficit attraverso il conseguimento di avanzi primari, viene considerata subalterna e deflattiva dagli economisti di riferimento del centrodestra e del centrosinistra, che poi si dividono sulle alternative proposte, l’imposizione di una tassa patrimoniale da sinistra, la dismissione massiccia di patrimonio pubblico per il suo antagonista. Monti considera “conservatrici” e soprattutto radicali e irrealistiche ambedue queste impostazioni, perché è convinto che la ricetta tedesca sia quella giusta, magari con qualche correttivo come quelli introdotti negli ultimi vertici europei, Fassina e Brunetta per questo lo considerano come una specie di mandatario, che ha gestito l’egemonismo tedesco con una sorta di autocommissariamento.
Chi ha ragione? I fatti ci dicono che il tentativo di resistere alla pressione tedesca è fallito, che anche Berlusconi ha dovuto accettare il diktat di Mario Draghi e che poi, non essendo in grado di realizzare gli impegni assunti, ha dovuto passare la mano. Ci dicono anche che il Partito democratico si è accontentato di festeggiare il fallimento del tentativo di resistenza di Berlusconi, accettando tutte le misure di austerità solo con la riserva mentale un po’ gesuitica di correggerle poi, quando sarebbe arrivato al governo. Monti può sostenere che l’accettazione dello schema europeo ha consentito all’Italia di rientrare nella cabina di regia, ma naturalmente i dati della recessione e della disoccupazione contabilizzano il costo elevato di quest’operazione di rientro nell’ortodossia. In pratica si tratta della questione dell’asimmetria imposta all’Italia nell’ambito dell’interdipendenza europea, negata da Monti (o comunque attenuata dalle sue politiche) e sottolineata invece, non senza ragioni pre-elettorali, da Fassina e Brunetta.